Dal Mare e dalla Neve

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Che sia un dato di fatto o un pensiero nella notte, non importa. La mia pelle viene dal mare e dalla neve. Ho scritto sui muri che ho bisogno di radici con scarpe da ballo e altre parole. Loro rispondono. Tante parole. Perché le tasche, quelle del cappotto, devono esser piene di foglie rosse, una biglia, tabacco e corde di mandolino. Non ci sono case qua attorno, almeno, non le vedo. Tetti neanche. Poi ripenso ai capelli corvini di nonna. Quanto erano belli e pure il suo modo di spostare il pizzo delle tende. E in fondo, non ci sono nemmeno porti. E’ tutto un grande scherzo, come quello delle perle che piovono nei giorni violacei d’autunno. No, forse no. Quello no. Dal treno, mi son chiesta mille volte quanto le mie palpebre mi privassero di cose, minuti e chissà quali pensieri, ecco. E invidiavo il pesce, senza però considerare la ruggine che portava addosso restando seduto accanto a me, su quel sedile di pelle marrone e polvere. Dondolavo i piedi, senza sandali e senza terra o menta, nel mentre.

Le strade sono fatte per pensare e le direzioni per riconfigurare certe latitudini non logiche. Riconfigurare dicono. E’ che gli odori sono. A quelle latitudini sono i più impregnanti. Ed ecco che ti fai gli origami con lo spazio usando il tempo come colla o viceversa. Non credo per metà, di appartenere ad alcun luogo in fondo. Terra. Dicono. Dicono anche di scavare e mettere i gerani sui davanzali. Odiosi fiori arroganti, troppo grassi per la luce della luna. Lenti anzi… Immobili. Millanta un mondo tutto attorno che non riesco a sentire. Neanche riempendomi per sbaglio la bocca di paprika o le unghie di calce. Non che lo voglia! Quel mondo, quello nuovo. Dicono.

Alla stazione scendi e c’è quel lampione che nasconde la luce se lo guardi anche solo con la coda dell’occhio e poi sigarette a terra sporche di mani e labbra e parole già vecchie e forse c’è un odore di marzapane perché forse hanno aperto la fiera e forse ci sono le luci moderne, quelle che vogliono sembrar antiche. Forse. Poi, i vasi vuoti e di nuovo grigio e pure il mare stenta a farsi sentire, dalla stazione. E la marea, si alza solo dentro, solo dentro. Così tanto a volte, che senti la lingua salata e certi venti tra i capelli. E sai che lì, non puoi, non puoi scendere.

Partono treni ogni ora in fondo anche se la marea resta ferma, ecco. Alla stazione. Continuo a spazzolare i capelli a fissarli allo specchio a spogliarli dal pizzo nero e rossetto. Spazzolo e ancora ma entra acqua ovunque ed io esco allo stesso modo, osmosi di pelle e lo spazio pare sempre meno, mi trascino negli angoli e la polvere ammalia la gola e sporca le mani di grigio. Quello dei vasi vuoti.

Non far rumore, non far rumore, muoviti piano, lei ti sente accende le luci quelle che ronzano e tolgono odore all’aria che resta, continuo a spazzolare.

Alla stazione non c’è alcuna persona. Cioè, tanta gente. Non capisco. Finestrini vuoti.

Fa acqua ovunque, anche se la marea non cambia. Siediti, il posacenere è pieno, di lancette neppure l’ombra. Polvere troppa polvere. Troppa. Polvere. Cos’è successo?

Ho bisogno di una voce sento i timpani frammentarsi. Raccolgo mani, tante, da terra, sul palmo gocciolanti, le conto. Tantissime. Ma cosa è accaduto? Quante mani, quante. Di chi sono? Fuori o dentro? Quell’odore tra i capelli. E tu?

Manca l’aria pesce. Manca l’aria qui e tu arrugginisci ed io mi spoglio dai calcoli e salgo di nuovo con te e conto i pali della luce dal finestrino, sforzando le palpebre con le dita, gli occhi rossi e doloranti e mi trasformo in onda a intervalli non regolari. Ed ecco da qui, in lontananza, la marea. Credo…

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